Archivio per la categoria ‘Web 2.0’

Intranet sociali si o intranet sociali no? Meglio lasciar circolare la conoscenza

Nell’era del Web 2.0 dove questo termine “stra usato” tende quasi a perdere di definizione, mi pongo spesso la domanda se realizzare un sito o meglio una intranet aziendale orientata al sociale sia veramente vantaggioso per molti dei nostri clienti se non per tutti.

Sicuramente le nuove generazioni e quindi la classe dirigente del domani (forse il domani è già oggi) vivono e utilizzano quotidianamente questo tipo di applicazioni.

Un caso fra tutti è Facebook, network sociale dove è possibile ritrovare amici e conoscenti di tutto il mondo spariti inesorabilmente dalla propria agenda e ritrovati a distanza di anni. 110 milioni di utenti attivi (2 milioni gli italiani “vittime” felici dello strumento) fanno di questo social networking l’applicazione Web 2.0 con il maggiore tasso di sviluppo annuo (Fonte il sole 24 ore 31 ottobre 2008) e allora il dato è quasi certo: se togliamo agli utenti (dipendenti, collaboratori, fornitori aziendali) la possibilità di fare Web 2.0 sul sito o sulla intranet dell’azienda per la quale lavorano cercheranno di farlo altrove.Meglio quindi offrire lo strumento piuttosto che vedersene creare uno alle spalle.

Ritengo quindi che in un’organizzazione strutturata, azienda o ente pubblico che sia, il pensare di adottare una intranet o dedicare una parte del proprio sito all’intrattenimento e alla condivisione di informazioni, pensieri e quindi di conoscenza, non può che giovare al business della società stessa.

Questi strumenti inoltre, riuscendo a far emergere la componente non formale dell’organizzazione, facilitano i rapporti e gli scambi di informazioni e di competenze.Wiki, blog, forum e servizi RSS sono sempre di più strumenti indispensabili allo sviluppo aziendale.

Esempio da imitare?

Google è un buon esempio di azienda da imitare?

La domanda sembra retorica vedendo la crescita fatta e la sua capitalizzazione ormai superiore alla somma di tutte le aziende automobilistiche americane. Ma Google non è solo motore di ricerca. Per noi e molti altri è anche fonte di ispirazione e modello tecnico da imitare per il Web 2.0.

Cito solo due soluzioni che hanno rilasciato negli ultimi mesi e che si sommano alle molteplici già attive (mail, calendar, condivisione file, chat, mappe, ecc.): il Google Web Toolkit (GWT) e il Google Mobile OS.

Il primo è un framework di sviluppo per applicazioni AJAX rilasciato sotto licenza opensource Apache 2.0 con l’obiettivo di permettere allo sviluppatore di lavorare ad un livello di astrazione più alto rispetto a quello nativo di AJAX, evitando quindi di sprecare risorse scrivendo linee di codice HTML e Javascript da testare sui diversi browser.

Il secondo un ambizioso progetto per una piattaforma di sviluppo per applicazioni mobile che includerà OS, API, IM, e browser mobile. Android (video demo) è quindi a tutti gli effetti il cuore del nuovo “googlefonino” open source.

Altri due utili strumenti che si aggiungono ad una ampia famiglia conosciuta ed utilizzata. Determineranno nuove crescite e conquiste di quote di mercato?

Allo IAB Forum di Milano

Jaap FavierAppuntamento interessante quello di ieri allo Interactive Advertising Bureau Forum 2007, l’incontro dei professionisti del settore nuovi media che analizza il mercato della comunicazione, dell’informazione e della pubblicità.

La mattinata è stata ricca di interventi di qualità, a partire da quello di David Weinberger, di cui ho già parlato su Fucinaweb.

Merita una citazione anche la presentazione di Jaap Favier, vice presidente e direttore della ricerca di Forrester Research. Alla domanda “Come può porsi l’azienda rispetto al web sociale?” Favier individua due possibilità: giocare in difesa o all’attacco.

Se l’azienda è molto strutturata, è storica, è difficile coinvolgere e aggregare i clienti, allora è meglio che l’azienda giochi in difesa. Questo vuol dire osservare attentamente quello che succede in internet, per analizzare quello che gli utenti dicono e per intervenire tempestivamente in caso di problemi.

Se invece l’azienda è dinamica e lega con passione gli utenti, può valere la pena tentare di coinvolgerli in progetti web sociali. Ma senza trucchi, come quello di realizzare flog, cioè finti blog gestiti in tutto e per tutto da redattori pagati dall’azienda. In questo caso infatti il richio è di ottenere l’inverso dei propositi.

Di ritorno dal Future of Web Apps

L’esperienza londinese è stata stancante (mi sono preso una mezza influenza), ma ha saputo fornire al pubblico molti spunti di interesse.

Tra tutti gli interventi a cui ho assistito ricordo con piacere quello di Dick Costolo di Feedburner. Costolo ha sfatato qualche mito che correva in sala durante i precedenti interventi, come per esempio la necessità di produrre business plan dettagliati per una startup web 2.0, perché oggi non li legge più nessuno.

Costolo è andato oltre, spiegando come se da un lato è vero che non occorrano ingenti investimenti per far partire una startup, i soldi serviranno presto se l’interesse è di farla crescere e di sfruttare le opportunità che si presentano.

Ma la cosa che mi ha colpito di più, che mai avrei pensato di sentire per bocca di un americano, è l’affermazione secondo cui è meglio assumere persone competenti, ma non con competenze specifiche, così da reagire ai (frequenti) mutamenti di mercato. Una cosa a cui forse siamo abituati in Italia, ma non così tanto all’estero: basta vedere le posizioni aperte per esempio da Google, per rendersi conto della specificità delle figure ricercate.

Il futuro delle applicazioni web

La prima giornata della conferenza Future of Web Apps qui a Londra si può riassumere con due termini: iterazione e prestazione.

Iterazione: il processo di sviluppo di un’applicazione web non termina al momento del rilascio. Qui infatti comincia il confronto con il cliente e la comunità degli utenti allo scopo di individuare le future funzionalità da implementare. E il compito di bilanciare aspettative degli utenti, costi qualità dell’applicazione non è sempre facile. Kevin Rose di Digg ha inoltre sottolineato come la qualità del codice scritto sia una strategia che paga sempre.

Prestazione: anche applicazioni web non pensate per folti gruppi di utenti andrebbero sviluppate tenendo conto dell’efficienza del codice e dell’interfaccia. Questo ha infatti delle dirette ripercussioni sull’esperienza del visitatore nei confronti della nostra applicazione o del nostro sito. Steve Souders di Yahoo! ha anche evidenziato come, tra ottimizzazione del backend e frontend, la seconda è quella su cui vale la pena concentrare gli sforzi.

Oggi seconda giornata di interventi. Sono curioso di ascoltare, proprio in coda alla giornata, Dick Costolo di Feedburner che affronterà ancora temi legati all’iterazione continua.

Se siete interessati ad dettaglio delle presentazioni che sto seguendo vi rimando ai miei interventi su Fucinaweb.

Che fine ha fatto il web semantico?

Per la tesi di laurea specialistica ho approfondito le tecniche legate al web semantico e al 3D per il web che mi hanno portato anche a scrivere un articolo sull’argomento con il mio relatore.

Tim Berners-Lee, direttore del W3C, padre di internet e ideatore del Web Semantico, lo ha definito in questo modo: “The Semantic Web is an extension of the current web in which information is given well-defined meaning, better enabling computers and people to work in cooperation”. Il web semantico è quindi un insieme di regole definite con lo scopo di fornire informazioni più precise sul contenuto dei dati online per una maggiore fruizione da parte degli utenti e dei software.

Le funzionalità possibili grazie all’uso del web semantico erano veramente notevoli, mi è sembrata molto interessante la presentazione di Massimo Marchiori alla tappa italiana del W3C Semantic Tour del 2003.

Dopo più di un anno dalla pubblicazione della tesi, però, il web semantico viene utilizzato solamente da una minima parte degli utenti a differenza di alcune tecnologie che pur essendo nate dopo, si sono diffuse molto più velocemente probabilmente per la maggiore semplicità d’uso.

Possiamo decretare la fine del web semantico o ne sentiremo ancora parlare in futuro?

Le Dolomiti in Google Earth

Confronto tra prima e dopoDi tanto in tanto lancio Google Earth per farmi un giro tra i posti che ho visitato e quelli che mi piacerebbe visitare.

Google Earth è un programma (distribuito gratuitamente da google) che costituisce un vero e proprio mappamondo virtuale: è possibile volare da un luogo all’altro della terra, zoomare e inclinare il punto di vista, proprio come se stessimo sorvolando il nostro pianeta.

La superficie di questo mappamondo è ricoperta di foto satellitari, che ci permettono di vedere le strade, i campi e i centri abitati.

Ovviamente il livello di dettaglio non è ovunque lo stesso e se a Las Vegas è possibile scorgere la gente in piscina, in tanti altri luoghi si stenta a riconoscere le case. La zona dove abito, purtroppo, apparteneva a questa seconda categoria e ormai temevo che sarebbe sempre rimasta così.. ma qualche giorno fa la sorpresa!

Apro Google Earth, per caso “volo” su Belluno e immediatamente mi accorgo che il dettaglio è cambiato e che ora si riescono a distinguere le strade, le case e persino il sentiero sul monte Serva, sul quale amo andare a camminare.

Decisamente entusiasta del miglioramento, comincio a riflettere e mi chiedo: che abbia a che fare con la recente visita del Papa a Lorenzago di Cadore questo “miracolo” di Google?

Associazioni di idee

Una associazione di idee che finora non avevo considerato (anche se a mio avviso pare un pochino azzardata) mi si è presentata qualche sera fa nel viaggio tra Belluno e Padova ascoltando una nuova trasmissione inserita nel palinsesto estivo di RAI Radio 2.

La tramissione si chiama “Versione Beta” , è condotta da due speaker con tono molto enfatico che ricorda i deejay da discoteca anni ‘80 (voce alta, frasi lanciate) e parla di Internet (in particolare di web 2.0) e Anime (i cartoni animati giapponesi).

I due conduttori dicono di trasmettere da Radio 2.0 (radio due punto zero) e parlano di Internet, di forum, di open source, di siti, mettono in onda le sigle dei cartoni animati anche in lingua originale (il giapponese appunto), intervistano gestori di siti web e doppiatori dei personaggi anime.

Internet e Anime considerati entrambi come due fenomeni mediatici, come due hobbies per appassionati e addetti ai lavori.

In effetti uno degli aspetti che prendiamo in esame durante la fase di analisi e durante la stesura dei nostri progetti è la cultura in ambito web del nostro interlocutore di riferimento dove per “cultura web” intendiamo non tanto la pura conoscenza quanto la percezione, la familiarità e il modo di porsi dell’utente nei confronti del web.

Per questo motivo cerchiamo di essere sempre aggiornati su quanto propongono i media considerati tradizionali (stampa, tv e radio) e capire quindi in quale direzione il nostro utente viene poi (più o meno consapevolente) indirizzato.

Ora che la radio propone questo tipo di associazione di idee dovremo diventare esperti di Anime?

Scrivere per un blog aziendale

Parte il blog di Netech. Con tanta, tanta eccitazione per questo nuovo progetto che ci vede - tutti - coinvolti. Ma anche, perché nasconderlo, con un po’ di paura.

Perché scrivere per un blog aziendale è diverso dal pubblicare nel sito personale, dove le regole non ci sono, o quasi. In un blog aziendale si richiede un po’ più di responsabilità e anche un po’ di esperienza. Solo la passione non cambia.

E questo a volte non basta. Perfino chi su internet la fa da padrone qualche volta inciampa.

E’ il caso del blog health advertising di Google in cui uno degli autori, Lauren Turner, ha criticato Sicko, l’ultimo film di Michael Moore. Turner afferma che il film di Moore attacca l’industria farmaceutica grazie a storie limite di malasanità e presentando un mondo guidato dagli interessi e dal business.

Queste affermazioni, in un blog aziendale, sono pericolose. Perché in questo contesto le opinioni personali sono lette come posizioni dell’intera azienda, come se tutta Google si scagliasse contro il film di Moore.

Se questo succede a Google, dove ogni singolo intervento viene attentamente vagliato e approvato, qualche imprecisione scapperà sicuramente anche a noi. L’importante, come recita la copertina della Guida galattica per autostoppisti, è “non farsi prendere dal panico”.